Introduction

Born in Chicago (1926), Putnam graduated in literature and philosophy at the University of Pennsylvania (BA 1948). After a year spent at Harvard (where he started his postgraduate studies, attending also some classes in mathematics), received his Phd in philosophy at UCLA in 1951 under Reichenbach’s supervision. During his long career he lectured at Northwestern University (1952-53), Princeton (1953-61), MIT (1961-65) and later at Harvard (1965-2001) until his retirement. Married to the moral philosopher Ruth Anna Putnam, he passed away (alas!) on March 13, 2016.
In 2011 Putnam was awarded the Rolf Schock Prize in Logic and Philosophy by the Royal Swedish Academy of Sciences, the equivalent of the Nobel Prize for philosophy.

One of the greatest philosophers of the second part of the Twentieth Century according to many scholars, Putnam had his turning point in the Seventies, when he shifted from an early “strict” analytical point of view, a kind of scientific realism later named “Metaphysical Realism” (roughly a sort of sophisticated physicalism), to a new position labeled “internal realism” (a sort of third way between realism and anti-realism).
This “interim” phase (1976-1989) was later overcome by another view, labeled “naive”, “natural”, “pragmatic” or “common-sense realism”. A stance aiming at a recovery, in some respects, of a different form of “scientific realism” than the previous “metaphysical” one, esplicitly linked to the rediscovery of the insights of the American pragmatists (especially William James, John Dewey and Ch.S.Peirce). In other words a view leading to a “pragmatic” pluralistic account of realism (in opposition to other scientistic and reductivist forms).
In philosophy of mind this pluralistic nuance was at this stage centred on a renewed account of perception, dismissing the overwhelming (since Descartes on) image of the mind based upon the idea of sense-data as a “cognitive interface” between the world and the conceptual level (“direct realism”).
In the rediscovery of a “pragmatist heritage”, however, Putnam disagreed with Rorty’s (or Heidegger’s, or of any other source) “end-of-philosophy” diagnosis, namely its dissolution into a sort of disengaged, ironic, fictional exercise after the end of “Metaphysics”.
Conversely, Putnam’s reflection was based on a lively relationship with a large range of classical thinkers (Aristotle, Kant, James, Dewey, Wittgenstein among the others) and different contemporary views, related both to the so-called “analytical” and the “continental” philosophy.
Putnam’s pluralistic approach concerning epistemological, ontological and metaphysical issues (but pertaining also to ethical and religious concerns) was openly conceived as a necessary step towards the hard task of renewing philosophy.

Putnam’s personal page at Harvard University

Putnam’ s blog: A Sardonic Comment

* * * * *

Un filosofo inquieto. Breve introduzione a Hilary Putnam

di Alberto Gazzola

(si veda anche il seguente articolo: Gazzola A., Un filosofo inquieto: Hilary Putnam tra scienza, etica e pensiero religioso, Il margine, n.6, 2006)

Hilary Putnam può essere considerato uno dei massimi filosofi del Novecento (e degli inizi degli anni Duemila) e forse il maggiore tra quelli americani per ampiezza di interessi, profondità delle argomentazioni, originalità delle proposte.

Formatosi con maestri del calibro di Carnap e Reichenbach nell’ambiente filosofico statunitense del primissimo dopoguerra (allora influenzato dalla scuola neopositivista di recente importazione), Putnam estese progressivamente i suoi interessi sino a toccare una varietà sorprendente di argomenti: da temi di filosofia della logica e della matematica, ad alcune questioni centrali di filosofia della fisica, a problemi di epistemologia generale; da argomenti di filosofia del linguaggio e della mente a questioni metafisiche generali; più recentemente a questioni di estetica, etica, filosofia della politica, filosofia della religione (da rilevare come Putnam dichiarò apertamente il suo ritorno alla fede ebraica, conversione che sembra sia avvenuta attorno alla metà degli anni settanta). In ognuno di questi campi il filosofo americano si segnalò per l’originalità e l’incisività delle proposte, spesso indirizzate ad una critica radicale di posizioni filosofiche ampiamente diffuse.

Se la critica verso gli avversari si caratterizzò per la sua fermezza (ma anche per la sua onestà), non lo fu meno quella che egli esercitò sulle sue stesse idee, le quali furono di conseguenza soggette a continue trasformazioni, ridefinizioni, precisazioni e talvolta anche a profonde revisioni. Non mancarono per questo a Putnam accuse di incoerenza, incertezza, volubilità, critiche alle quali egli rispose sottolineando fortemente la necessità di un atteggiamento filosofico fallibilista, trasparente, aperto alla critica, in primo luogo alla propria: “Cambiano idea solo coloro che ammettono i propri errori”.

La produzione filosofica di Putnam tra la fine degli anni Cinquanta e gli inizi degli anni Ottanta è raccolta per lo più nei tre volumi (Philosophical Papers: 1. Mathematics, Matter, and Method; 2. Mind, Language, and Reality; 3. Realism and Reason), testi che spaziano dalla filosofia della logica, del linguaggio e della fisica, alla filosofia della matematica e della mente, per toccare questioni epistemologiche generali (problema della corroborazione e della preferibilità delle teorie, problemi di logica induttiva e altri ancora). Alcuni di questi saggi contengono proposte innovative divenute ormai classiche: tra tutte si possono ricordare il funzionalismo e la teoria causale del riferimento (detta anche teoria del riferimento diretto).

Il tema centrale e unificante della riflessione putnamiana fu certamente quello del realismo. Se il filosofo americano inizialmente rivendicò la necessità di ricondursi ad un realismo (per quanto “sofisticato”) soprattutto in contrapposizione critica rispetto al fenomenismo prevalente dei suoi maestri neo-positivisti (Reichenbach e Carnap), in seguito le sue posizioni subirono altre trasformazioni in risposta a diverse sollecitazioni. Nel terzo dei volumi citati si registra poi un certo cambiamento di stile con l’ingresso di temi tradizionalmente legati alla filosofia “continentale”, ma soprattutto si fa strada una prima fondamentale svolta. Da un’originaria posizione a favore di un realismo tout court  (“realismo metafisico”) si assiste allo sviluppo progressivo (metà degli anni Settanta), di una forma alternativa di realismo (battezzato poi “realismo interno”). Di fatto un tentativo di sviluppare una sorta di terza via tra un realismo “forte” (metafisico, scientifico) e l’ir-realismo proprio delle posizioni anti-realistiche o relativistiche. Tale svolta si esplicita con la pubblicazione del libro Meaning and the Moral Sciences (1978), e si precisa in Reason, Truth and History (1981).

In Representation and Reality (1988) Putnam rimise quindi in discussione i capisaldi della sua precedente posizione a favore del funzionalismo e sembrò accogliere una concezione attenta al cosiddetto Verstehen, mossa che assunse un ruolo rilevante nella successiva produzione. In questa fase centrale della sua produzione gli influssi furono molteplici, ma soprattutto grande fu il debito di Putnam nei confronti di filosofi come Kant, Wittgenstein e William James (Realism with a Human Face, 1990). Kant, già punto di riferimento, divenne decisivo quando Putnam si accorse di non essere più in grado di rispondere esclusivamente secondo i canoni standard della filosofia analitica alle questioni nelle quali si dibatteva, e che aveva bisogno di un approccio diverso di porre i problemi. L’importanza di Kant divenne determinante in questo contesto, secondo Putnam, per il modo con il quale il filosofo tedesco aveva affrontato le principali questioni del suo tempo, piuttosto che per il genere di risposte elaborate. Secondo Putnam il primo filosofo della storia nel quale poteva rintracciare una posizione simile al suo “realismo interno” fu proprio Kant. Putnam giunse quindi (almeno in questa fase internista, posizione poi parzialmente rivisitata nei suoi aspetti pià relativisti, se non quasi-idealistici) a sostenere una dipendendenza parziale del mondo dalla mente conoscente secondo lo slogan ““the mind and the world together make up the mind and the world” [1], e che la dicotomia realtà/apparenza è una sorta di illusione trascendentale nel senso kantiano. L’idea di una realtà indipendente, che le teorie scientifiche descriverebbero specularmente (teoria corrispondentistica della verità), lasciò il posto a una concezione che vede lo status degli oggetti postulati dalle nostre teorie come intimamente legato alle scelte concettuali operate dall’osservatore. La proposta di Putnam in questa fase fu di considerare la produzione di conoscenza né come mero prodotto della mente (idealismo, anti-realismo, relativismo), né come frutto di una relazione di corrispondenza speculare con le strutture obiettive del mondo naturale (realismo forte, metafisico). I processi conoscitivi sarebbero piuttosto una sintesi dipendente sia da una componente fattuale che da una concettuale, componenti che però (ecco il punto essenziale) non possiamo sbrogliare nettamente l’una dall’altra. Non possiamo fare a meno dei nostri schemi concettuali, che si applicano inevitabilmente all’ambiente-mondo dei fatti, il quale a sua volta acquisisce un senso solo a partire da un sistema di valori (epistemici e non epistemici). Fatti e valori, infatti, non sono nettamente districabili (Realism with a Human Face; The Collapse of the Fact-Value Dichotomy and other essays).

In seguito Putnam ridiscusse il suo internalismo, come conseguenza di un ridimensionamento di alcuni aspetti spiccatamente relativisti (se non quasi-idealisti), per approdare ad un’ulteriore nuova concezione realistica,  un realismo definito con vari appellativi come “naturale”,  “pragmatico” o “del senso comune”. Centrale in questa fase fu il ripensamento, secondo Putnam, della received view delle nozione di percezione, largamente diffusa nel pensiero filosofico e implicita anche nel suo internalismo (Sense, Nonsense and the Senses, 1994; poi in The Threefold Cord: Mind, Body and World, 2000). Causa di molti problemi filosofici sarebbe cioè un’immagine della percezione intesa quale interfaccia cognitiva, costituita dai cosiddetti “sense-data”, frutto dell’interazione tra la mente e il mondo. Un’idea nata con l’affermarsi del pensiero moderno e ancora oggi assai forte, anche a ragione di una sua supposta giustificazione in virtù dell’impiego estensivo da parte delle emergenti scienze cognitive. Fornendo alle sue tesi il supporto delle idee di Austin e McDowell e riconoscendo i suoi debiti nei confronti di James, Dewey e di un certo Aristotele (e, per alcuni aspetti, anche di Wittgenstein), Putnam ritenne al contrario necessario il ritorno ad una nozione di percezione da intendersi come diretta, non mediata, una concezione che abbandoni o ridimensioni fortemente la nozione di interfaccia cognitiva (“realismo diretto”). Putnam espresse tale mutamento di atteggiamento parlando della necessità di una seconda naivetè, una recuperata “ingenuità” percettiva che permetta infine di accostarsi al mondo del senso comune anziché ridurlo (e dissolverlo) scetticamente, in quanto mera “proiezione”, ad una realtà soggiacente, spesso intesa da vari pensatori come, in ultima analisi, priva di senso, una realtà della quale darebbero testimonianza le scienze naturali (la fisica in particolare) o una scienza fondamentale della quale ancora non disponiamo.

A livello meta-filosofico, un’altra fondamentale idea kantiana accolta da Putnam fu quella riguardante la stretta interconnessione tra etica e metafisica. Tutti i problemi filosofici avrebbero, in un certo senso, una radice etica o valoriale. La stessa scienza non sarebbe affatto qualcosa di “incontaminato” rispetto ai valori (esisterebbero valori epistemici, ad esempio, non solo etici in senso stretto), ma, proprio in quanto prassi umana, ne sarebbe profondamente influenzata. Le pretese riduzioniste di un pensiero scientista, aventi come conseguenza rilevante la svalutazione del senso comune, si dimostrerebbero assai  deboli, secondo Putnam, nei loro assunti fondamentali. Il ruolo essenziale del mondo del senso comune starebbe in primo luogo nel riconoscimento della ragionevolezza delle nostre istanze etico-metafisiche, le uniche che possano dare un senso alle nostre “vite morali” (e ai nostri sistemi di valori, anche cognitivi). Riprendendo l’analisi kantiana, Putnam vide quindi  scontrarsi (nella storia del pensiero ma anche nella filosofia attuale) i due concetti della “filosofia scolastica” (der Schulbegriff der Philosophie) e della filosofia intesa come “concetto cosmico” (der Weltbegriff der Philosophie). Il primo oggi rappresentato soprattutto dalla filosofia analitica; il secondo, da una filosofia (soprattutto in ambito continentale) volta ad indagare la condizione umana e ad elaborare “visioni del mondo”. Entrambi gli atteggiamenti sarebbero in realtà essenziali, secondo Putnam, ma spesso l’uno tenderebbe a prevalere a discapito dell’altro. Un compito peculiare del filosofo sarebbe quindi la mediazione tra queste diverse tendenze e la ricerca dei “fini” della condizione umana nelle sue varie dimensioni. Senza trascurare la funzione pedagogica essenziale del pensiero, l’educazione permanente dell’adulto avente come obiettivo la “fioritura” del genere umano.

Altra figura chiave delle riflessioni putnamiane fu quella di Wittgenstein, dal quale Putnam assorbì (almeno per un breve periodo) un certo “quietismo”, in particolare la convinzione che, in un certo senso, “i problemi filosofici sono irrisolvibili” e la filosofia dovrebbe ritenersi già soddisfatta qualora riesca terapeuticamente a porre i problemi in un modo soddisfacente. Ciò che possiamo fare è cercare “direzioni di risposta”, con la coscienza che i problemi filosofici sono questioni che l’essere umano porterà sempre con sé. Più in generale Putnam sostenne una certa convergenza tra Wittgenstein, un certo Kant e i pragmatisti nel recupero di un realismo (sofisticato, non ingenuo) del senso comune, in aperta opposizione all’interpretazione dominante del pensiero del filosofo austriaco spesso basata su una ricezione relativista e anti-realista delle nozioni di “gioco linguistico” e “forme di vita”.

In un’era dominata dalla scienza e dalla tecnica, la filosofia secondo Putnam conserva ancora, nonostante i suoi numerevoli detrattori, un suo ruolo essenziale, ma è necessario che si rinnovi in profondità (Renewing Philosophy, Philosophy in an Age of Science). La filosofia investe la sfera umana in tutte le sue attività conoscitive e pratiche, l’intera vita dell’uomo, non riguarda solo il “corretto modo di ragionare”, come spesso hanno sostenuto molti filosofi analitici, e nemmeno astratte speculazioni metafisiche, tendenza spesso caratterizzante la tradizione europea. La filosofia è strettamente connessa all’insieme delle nostre facoltà, alla nostra capacità di sentire, di riflettere, di immaginare, ovvero a “tutta la nostra sensibilità” di esseri umani, tanto a livello cognitivo-razionale quanto etico-estetico (ed eventualmente religioso). Su questi temi il pensiero di Putnam trovò ancora una volta un supporto decisivo nelle idee dei pragmatisti (in particolare William James e John Dewey), ma anche nel pensiero di filosofi contemporanei come ad esempio l’amico Stanley Cavell. “Non si può fare a meno del proprio temperamento quando si fa filosofia”, sosteneva James. Putnam ne riprese l’affermazione sottolineando come “Non dobbiamo trascendere ciò che siamo quando filosofiamo”, alla ricerca di un chimerico punto di vista dell’occhio di Dio, ma dobbiamo prenderci la responsabilità del nostro “temperamento” filosofico, che non è un atteggiamento arbitrario ed è sempre sottoponibile alla critica razionale.

Nota:
[1] Su quale genere di dipendenza (logico-concettuale, epistemica, ontologico-metafisica) Putnam non fu sempre chiaro in questa fase. In scritti successivi Putnam escluse però esplicitamente la dipendenza ontologica e nei suoi ultimi interventi riconobbe questa formula come piuttosto infelice.

by Alberto Gazzola © 2004-2017